La "mia sciatica": racconto di un'esperienza... personale

Stefano Negrini, Direttore Scientifico di ISICO

Passo la mia vita ad insegnare alla gente come comportarsi per non avere mal di schiena. Volete che non sapessi che si deve fare dell’attività fisica regolare? Pensate che non abbia mai spiegato la potenziale pericolosità di periodi pesanti di stress fisico e/o psicologico? E sul peso, c’è qualcuno che può pensare che non abbia parlato anche di questo ai miei pazienti? Infine, il modo di muoversi, di sollevare dei pesi: almeno su questo posso non sentirmi in colpa rispetto a quanto mi è successo.

Avevo la mia seconda figlia Barbara di pochi mesi d’età, e come spesso avviene anche ai miei pazienti, in quel periodo particolare della mia vita avevo forzatamente dovuto sospendere il basket, uno sport che ho sempre amato visceralmente, continuando a farlo sino quasi ai quarant’anni (e non è vero che faccia venire il mal di schiena: questo è solo uno dei tanti pregiudizi in materia). Ovviamente questo ha coinciso con quell’inevitabile incremento di massa corporea (grassa) che certo ha contribuito all’evento. Stavamo traslocando, e voi non sapete quanto possa essere piena di libri la casa di due medici, mentre di certo sapete quanto pesano le casse di libri. Questi gli antefatti, conditi con una buona dose di ingenuità di chi pensa di poter spostare un termosifone ben ancorato al muro.

Durante il trasloco mi cadde dietro al termosifone un qualcosa, che neanche più ricordo che cosa fosse: dovrei andare a guardarci, dietro al termosifone, perché di certo è ancora lì. Decisi che forse, determinando un piccolo movimento del termosifone, potevo far cascare l’aggeggio e recuperarlo. Mi misi quindi in posizione ergonomicamente perfetta, come un pesista che sta per affrontare il suo sforzo, e cercai di scuotere … di fatto il muro: il termosifone infatti non si è mosso di un millimetro, l’arnese oramai dimenticato è ancora là dietro, la schiena ha sopportato tutto lo sforzo delle mie gambe, e io mi sono provocato una piccola ernia con una sciatica destra fulminante sino al tallone.

Cosa ho fatto? Beh, quello che avrebbe fatto ciascuno di voi: ho cacciato un urlo, mi sono buttato per terra e ho cercato di respirare di nuovo. Poi sono passato alle imprecazioni. Poi ho pensato che cosa fare.

Primo: verificare che non ci siano danni gravi. Riesco a muovere tutto, alluci compresi? Sì. Bene. Il tatto è normale dovunque? OK. Urinare, andare di corpo, tutto regolare? Beh, a dire il vero per questo ho dovuto aspettare un po’, perché prima era necessario muoversi, ma anche lì per fortuna ho visto che era tutto a posto.

Secondo, appunto, rimettersi in grado di muoversi, perché il movimento mi permette di guarire più in fretta. Allora ho iniziato a fare degli esercizi tipo McKenzie, in estensione, spostando il bacino per provocare quella che tecnicamente si chiama centralizzazione. Di fatto, non mi hanno tolto il dolore, ma per lo meno mi hanno permesso di controllarlo. Così è stato per i quindici giorni successivi: ho tenuto il dolore sotto controllo con gli esercizi; ho evitato dei farmaci antidolorifici che il mio stomaco non avrebbe gradito (utili per il dolore ma non per guarire prima); ho continuato le mie normali attività, sia pure sopportando il male, forte però della coscienza che il movimento avrebbe permesso alla mia ernia del disco di riassorbirsi più in fretta e che il lavoro è la miglior cura per l’uomo (e naturalmente la donna …) permettendo di pensarci di meno e di rendersi utili agli altri.

Così è passata la fase acuta. D’altra parte sapevo che non me la potevo cavare così facilmente. Un’ernia ci impiega diversi mesi ad autorisolversi. E sono stati mesi duri: ricordo ancora che piangevo per il dolore alla gamba dopo 10-15 km in auto (anche qui lo sapevo: le vibrazioni del motore a scoppio hanno una frequenze che alla schiena non piace), come pure benedicevo il treno, perché potevo restare in piedi. La posizione seduta doveva durare poco, e spesso mi dovevo alzare in piedi. Avevo la necessaria attenzione assoluta alla postura corretta, come pure agli eventuali sforzi (limitati al minimo); tutto ciò era richiesto dalla schiena, ed era il dolore, oltre alle conoscenze di anni di lavoro, a guidare la mia testa. Per fortuna che il lavoro non mi obbliga a posizioni mantenute a lungo, ma è abbastanza dinamico (o meglio, lo rendo tale io anche quando devo restare a lungo in ambulatorio, alzandomi in continuazione).

Sapete come si è risolto il tutto? Dopo sei mesi, e dopo non essermi messo a fare gli esercizi che avrei dovuto fare, perché non ce la facevo con il tempo (quanto mi arrabbio con i pazienti, quando mi dicono queste cose …), ho deciso che dovevo trovare il modo di rimettere il mio fisico in condizioni accettabili, altrimenti non sarei più ritornato a posto.

Ho ripreso a giocare a basket. L’ho fatto con cautela estrema, con una gradualità che, a parte l’età, richiedeva assolutamente anche la mia schiena. Ebbene, in altri tre mesi il dolore è andato scemando progressivamente ed è passato del tutto. E io sono ritornato in forma. Ho continuato con l’attività fisica, ho riperso del peso, ho continuato a stare attento alle posizioni ed agli sforzi ed ho superato i due anni fatidici che costituiscono di fatto la convalescenza della schiena: per due anni infatti le probabilità di avere una ricaduta sono estremamente elevate. Ora sono di nuovo normale.

Morale: attenzione alle sciocchezze; controllate che non ci siano danni gravi (ed il primo passaggio è dal proprio medico di famiglia); ricordate, comunque il recupero spontaneo avviene; fate tutte le cose giuste (posizioni corrette, controllo nella vita quotidiana per evitare aggravamenti) e soprattutto recuperate il movimento il più in fretta possibile: io ho potuto permettermi il basket, come mi sono permesso di auto-trattarmi ed auto-diagnosticarmi, perché sapevo che cosa fare, ma certo per chi non lo sa è meglio fare una ginnastica adeguata seguito da mani esperte come quelle di Isico.


(A cura della Direzione Scientifica e Tecnica - Ultimo aggiornamento 10/11/2007)